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L’Officina Pasolini bolognese

pasoliniUltimi giorni per visitare la mostra Officina Pasolini al MAMbo, Museo d’arte contemporanea di Bologna.

La  mostra,  curata  da Marco Antonio Bazzocchi, Roberto Chiesi e Gian Luca Farinelli,  con  la  supervisione scientifica di Graziella Chiarcossi, inaugurata il 18 dicembre 2015, sarà visitabile fino al 28 marzo 2016. L’evento si inserisce nel progetto Più moderno di ogni moderno- Pasolini a Bologna, l’insieme delle iniziative  promosse dal Comune di Bologna e dedicate all’opera e alla figura dell’artista italiano.

Un itinerario diviso in sezioni tematiche, che, dicono i curatori, «vuole sottolineare che Pasolini, il suo pensiero profondo, è ancora vivo».

Pasolini, bolognese di nascita, è raccontato attraverso un percorso fotografico, filmico, pittorico, scenografico, scritto, che si embrica con un percorso poetico che non può essere preso con leggerezza.  

“Formazione” bolognese (tra cui curiose testimonianze, tra corrispondenze dattiloscritte originali e primi numeri, delle copie di Officina, fascicolo bimestrale di poesia fondato nel 1955 a Bologna dall’iniziativa di Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini e Roberto Roversi), “Miti” (le Borgate – “Non c’è stata scelta da parte mia, ma una specie di coazione del destino: e poiché ognuno testimonia ciò che conosce, io non potevo che testimoniare la ‘borgata’ romana”- l’antichità classica, il Terzo Mondo), “Icone” (Marilyn Monroe e Maria Callas). “Critica della modernità” (negli scritti per il Corriere della Sera) e “Laboratorio Petrolio”, dedicato all’ultimo romanzo, incompiuto, dell’autore. Poi, tre “Gironi” raccontano la vertigine del contemporaneo “sviluppo senza progresso” (con una bellissima lettera in cui Pasolini medita il ruolo della Televisione) , mentre “Pasolini dopo Pasolini” è la sezione, consolatoria, dedicata all’eredità che l’artista ha lasciato nel panorama culturale odierno.

Emozionante, nella sezione dedicata alla formazione, il dattiloscritto originale in cui Pasolini spiega cos’è un Maestro, e lo fa riferendosi al legame con Roberto Longhi: “[…] un Professore è un uomo alienato dalla sua professione, un’autorità che nei casi migliori getta la prima maschera autoritaria per scoprire un’altra maschera, quella del modesto travet. La cultura invece mette sulla faccia di un uomo una maschera che vi si incarna e non si può più strappare: maschera misteriosa, com’è appunto misteriosa l’umanità quando si esprime, e non se ne resta ottusa e meschina o vile nel comportamento, nel codice, nella convenzione nella società. Longhi era sguainato come una spada. Parlava come nessuno parlava. Il suo lessico era una completa novità. La sua ironia non aveva precedenti. La sua curiosità non aveva modelli. La sua eloquenza non aveva motivazioni”.

Splendida l’installazione, a cattedrale, con, nella sala centrale, affreschi video di estratti di film lungo le pareti, ed al centro i favolosi abiti di scena realizzati da Danilo Donati per le pellicole dell’artista.

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