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Il cattivo amico “bon ami”

In ogni considerazione critica la contestualizzazione è necessaria. Non posso dunque che applaudire quando mette in luce il maestro Bonami la perspicace coincidenza tra l’apparizione dell’omino di Clet Abraham e l’uscita delle statistiche sul declino della Toscana (potenzialmente anche allargabile). Concordo quando leggo che Firenze e la Toscana aspirano la cannuccia della tradizione nel bicchiere della storia, sottoscrivo ancora quando afferma che per ottenere « risultati eccellenti ci vuole energia, passione, ma anche investimenti adeguati ».

Come possono queste considerazioni condurre a una lettura così negativa dell’opera in esame, se risultano essere la principale motivazione dell’ intervento di Clet?

Proprio perché la contestualizzazione è importante, mi sento in dovere di guadare l’opera di Clet come un ulteriore tentativo di dialogo con la città. La sua operazione sulla signaletica fiorentina, o l’attacco al cuore pulsante di Firenze con la posa di un suo autoritratto a Palazzo Vecchio, erano altrettanti inviti fatti alla città di estrarsi dall’immobilismo.

Certo, il piccolo grande Clet, Cletino, non è un barone dell’arte dotato di mezzi brillantigigan-teschi, eppure, nel suo piccolo, riesce ad andare avanti e a presentarsi come l’unica realtà artistica contemporanea di Firenze, tanto da muovere il grande Bonami.

A proposito di realtà artistica, non riesco ancora a capire l’affermazione secondo la quale l’omino di Clet Abraham « come opera d’arte » risulti privo di « qualità » (anche perché l’affermazione non è stata motivata).

La scultura posta sullo sperone del Ponte alle Grazie è validissima artisticamente, anzi, proprio per la tensione semantica che alberga. Illustra il problema e lo risolve al contempo. E’ al medesimo tempo l’allegoria del declino e l’invito al suo superamento, un monumento funebre e un oda alla vita. Il passo che tenta nel vuoto può essere percepito con l’ansia della caduta o come, nella sua sospensione, il parossismo dell’atto.

Così c’è chi dice che quell’omino fa tristezza, rivendicando, petto gonfio e riparato dal tetto delle istituzioni, la necessità di energia, di passione per ottenere risultati eccellenti, e c’è chi vede nell’omino Bic al petto gonfio, la figura dell’energia e della passione ottimista. C’è chi vede l’immobilismo nell’opera di Clet Abraham, e chi invece, percepisce in quel passo sospeso l’azione stessa colta in essere. La sospensione, lungi dall’anientare il concetto d’azione, ne esalta la natura.

Forse il mondo immobile dei musei, o il luccicare dei diamanti saranno le migliori guide verso un rinnovamento toscano, o forse saranno gli uomini del comune a compiere il primo passo.

Concludo permettendomi di citare, per meglio rispondergli, Francesco Bonami (un nome che il francese Clet, dopo lettura dell’acerba critica del maestro nei suoi confronti, avrà per lo meno trovato antinomico), spostando la seguente frase dalla bocca di Hirst a quella di Clet:

«Signori, voi fate come volete. Io, artista, il mio lavoro me lo gestisco» (La Stampa, 02/11/2010).

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