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matteo renzi e i funghi porcini

in coma è meglio

Venerdì scorso sono andato a mangiare la pizza con Matteo Renzi. Siamo stati in un posto in Campo di Marte, una pizzeria senza pretese gestita da una coppia di anziani, uno di quei posti che non avendo la scenografia curata da Dante Ferretti sono sempre vuoti. A Matteo questo posto piace perché ha un ottimo rapporto qualità della pizza / quantità di gente, e non certo grazie alla pizza.
Il proprietario gli tiene sempre da parte i porcini, gli asparagi o i carciofi, ma i porcini in particolare sono la cosa di cui va più fiero.

Matteo! T’ho messo da parte certi porcini…

E tu hai fatto bene!

Ormai sono gli ultimi, eh!

Oh, che bellezza! Fammi una pizza radicchio, olive nere e salciccia.

E porcini.

E porcini, sicuro.

In realtà a Matteo i porcini fanno venire lo scagotto, ma non se la sente di dirlo al proprietario, ci rimarrebbe troppo male. Così, col sorriso sulle labbra, ordina la sua pizza piena di funghi, pur sapendo che poi passerà tutta la notte a bombardare Dresda, come dice lui.
Quella sera, intanto che parliamo del più e del meno (quant’è bello fare il sindaco, quant’è divertente fare il sindaco, quant’è appagante fare il sindaco, eccetera), mi accorgo che a un certo punto dice “sindaco”, pronunciato proprio così come si scrive.

Sindaco?

Sì. Sindaho.

No, no. Tu hai detto sindaco.

Davvero?

SindaCo.

Mi sarò sbagliato.

Cos’hai, Matteo? Sei strano.

Posso confidarti una cosa?

Hai voglia!

A me fanno schifo i porcini.

Sì, questo lo so.

Non ne posso più di fare quello alla mano, quello che parla con tutti, che conosce tutti, che ha una parola per tutti, ma chi sono questi? Chi li conosce? A me dà noia stare in mezzo alla gente.

Matteo…

Io sono una persona introversa.

Tu?

Guarda, ce l’ho pure scritto sulla carta d’identità, vedi? Segni particolari: introverso. E se lo vuoi sapere non sono nemmeno toscano. Sono di Cinisello Balsamo.

Mi spiega che ha dovuto studiare anni e anni per imparare l’accento fiorentino. Il trucco sta tutto nella posizione della lingua, che va tenuta come se da un momento all’altro la si volesse sputare. È questo che dà alla parlata toscana quel tono un po’ allappato che piace tanto agli intenditori di cabaret. Lui, per aiutarsi, tiene sempre sotto la lingua un fagiolo.

Davvero?

Te lo giuro. Io volevo studiare il sanscrito, ma i miei mi hanno decimato le palle con questa storia di La Pira. La Pira di qua, La Pira di là…

Intendo dire, hai davvero il fagiolo in bocca?

Matteo mi guarda e fa un’espressione inquietante, una smorfia simile a quella di certe starlettine che arricciano il naso pensando di essere sensuali: era un sorriso. Il suo vero sorriso. Quindi si mette due dita in bocca e tira fuori un fagiolo, un cannellino secco. Mentre col tovagliolo lo asciuga dalla saliva, si mette a parlare in brianzolo. Io rimango esterrefatto, come quando si scopre che i regali non li porta Gesù Bambino, ma i genitori. Anzi di più, come quando si scopre che i regali li porta proprio Gesù Bambino.
Mi dice che è stufo di fare il giovane, che fin da piccolo ha sempre sognato di essere vecchio e che non vede l’ora di fare il nonno, di avere i capelli bianchi, la sedia a rotelle, la Settimana Enigmistica e due nipotini di nome Ludwig e Van, perché a lui piace Beethoven, non gli U2. Se i nipotini saranno tre si chiameranno Lud, Wig e Van, e così via. Al massimo possono essere nove.
Ma soprattutto il suo vero nome non è Matteo Renzi, ma Bernardo Cantarutti.

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