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Hall of fame#1 Adolfo Wildt

20151212_163421HALL OF FAME
L’eroe, nell’era moderna, è colui che compie uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di sé stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune.  Con il catalogo di Adolfo Wildt  “L’anima e le forme”, la libreria Brac inaugura HALL OF FAME, una selezione di monografie incentrata sulla figura dell’artista come eroe. Da oggi, ogni martedì per sei settimane verrà presentato un artista, la cui monografia o catalogo ragionato saranno reperibili nella sala principale della Brac.

HALL OF FAME#1
ADOLFO WILDT (1868/1931, Milano)
ADOLFO WILDT (1868/1931, Milano)
«Intendo l’arte non solo come fattore etico intellettuale, ma come mezzo di educazione del carattere. Esplico nel marmo le mie attività con lo scolpire carattere e pensiero
Lettera di Adolfo Wildt a Carlo Siviero, 22 marzo 1915
Sebbene le sue opere siano poco conosciute al grande pubblico, il lavoro di Adolfo Wildt è estremamente autorevole e fondamentale per la storia dell’arte italiana e non.
Di umili natali, Wildt segue un percorso insolito: dall’età di nove anni lavora come apprendista presso un barbiere, poi da un orafo e infine da un marmista. Fa il suo ingresso nella vita artistica come aiutante nella bottega del celebre scultore Giuseppe Grandi, prima di apprendere la lavorazione del marmo con Federico Villa. Il sapere pratico che acquisisce gli fa raggiungere una perizia tecnica eccezionale, di cui sono in genere sprovvisti i giovani scultori di formazione accademica. Successivamente frequenta la Scuola Superiore d’Arte Applicata di Brera a Milano.
Dopo aver lavorato per conto di altri scultori, inizia la sua carriera personale intorno al 1885 con una produzione di stampo naturalista, conforme al gusto dell’epoca, che lo scultore rinnegherà successivamente. Considera la classicheggiante Atte, detta anche Vedova, come la sua prima vera opera, per la quale preferisce, rifiutando di rifarsi agli scultori suoi contemporanei, tornare all’esempio di Canova: con questa scultura la carriera di Wildt spicca il volo, grazie all’interesse suscitato nel mecenate prussiano Franz Rose, che nel 1894 rende visita all’artista nel suo studio. È l’inizio di un’amicizia incondizionata che li unirà fino alla morte di Rose (1912). Essa è basata su un rapporto di mecenatismo esclusivo che per diciotto anni assicurerà allo scultore una solida stabilità finanziaria. L’incontro con Rose segna una svolta nella vita di Wildt, consentendogli di viaggiare, seguire direzioni più personali e staccarsi dal contesto accademico milanese. Egli sviluppa così un’arte ricca di riferimenti, dai soggetti spesso enigmatici, che esplora le possibilità di diversi tagli della figura, mettendo a punto una formula di busto monumentale in cui il soggetto viene rappresentato non quanto persona ma come archetipo.
Fra i numerosi allievi del maestro milanese figurano due artisti che hanno fondato l’arte del dopoguerra: Fausto Melotti e Lucio Fontana.
Fontana entra nell’atelier di Wildt a 28 anni, dopo averlo scoperto in una mostra milanese. Scrive in quest’occasione: «Wildt è l’unico, veramente meraviglioso». Nonostante le loro ricerche plastiche prendano poi direzioni diverse, fino all’astrazione, entrambi riconoscono il debito verso loro maestro: Melotti afferma che tutti e due devono la loro formazione esclusivamente a Wildt.*
Fino al 14 febbraio 2016, alla Galleria d’Arte Moderna di Milano è in corso la mostra “Adolfo Wildt. L’ultimo simbolista” .
La mostra – realizzata con la straordinaria collaborazione dei Musées d’Orsay et de l’Orangerie di Parigi – presenta un percorso dedicato alla ricerca dello scultore milanese sulla resa plastica e materica attraverso 55 opere in gesso, marmo, bronzo, accompagnate da una serie di disegni originali e alcune opere a confronto: oltre alla Vestale di Antonio Canova,  opere di Fausto Melotti, Lucio Fontana e Arrigo Minerbi.

 

*testi selezionati da varie didascalie di  “Adolfo Wildt. L’ultimo simbolista”

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