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La mano sullo scaffale

Scaffale aperto 2 di Gaetano De Crecchio«Fratello mio, Yorick, il vostro cranio me lo porto a casa e gli farò un bel posto sullo scaffale dei miei ex voto, tra un guanto di Ofelia e il mio primo dente di latte. Ah, come lavorerò bene questo inverno con tutti questi fatti! Ho l’infinito in cartellone». 

Jules Laforgue, nella sua opera Moralità leggendarie – Amleto ovvero le conseguenze della pietà filiale, nella versione in italiano di Carmelo Bene, ci rende l’immagine figurale di uno scaffale che diventa custode di oggetti raccolti con la mano, e con essa deposti su uno dei ripiani: il guanto, appartenuto all’amata perduta, il dente, quale parte che il corpo lascia andare per far affiorare la vita in tutto il suo vigore e, solo appresso, il teschio vuoto come un secchio, nelle cui orbite opache poter sprofondare verso l’ignoto ‘paese inesplorato’.
Si tratta di uno ‘scaffale aperto’, né romantico né dei sogni, né perturbante né del fantastico, né segreto né d’oro, tanto meno dimenticato, bensì luogo da riempire e svuotare, e riempire nuovamente di quei pezzi di vita che accostati la raccontano a più voci. Il potere del loro eloquio non rischia di affievolirsi, ma permane alto e vivace, sostenuto dai nuovi ingressi che lo strappano al destino di un dialogo ripetitivo che si lascerebbe ammalare di abitudine. Apertura dunque, accessibilità e conseguente messa a punto di un ordine che si concede al continuo accrescimento.

scaffale aperto di Gaetano De Crecchio

Lo stesso gesto del porre sul ripiano ritroviamo nell’opera di Aby Warburg. Da studioso di arte e cultura, egli dà vita ad una personale biblioteca, quasi interamente a scaffale aperto, sulla base di un progetto unitario e interdisciplinare che rende al lettore l’incontro inatteso con libri riguardanti temi accomunabili a quello inizialmente cercato. La trama di significati che ne scaturisce è densa e resa, all’occhio interessato, in una complessa geografia di senso.

La stessa intenzionalità muove la rassegna “scaffale aperto” della Libreria Brac che, avviata nel mese di novembre, al “lettore forte” designato offre mensilmente la possibilità di far sistemare ben 10 volumi da lui scelti nello scaffale posto all’ingresso del locale. È così che la solita coppia autore-libro, protagonista indiscussa degli incontri letterari, cede il proprio ruolo a quella lettore-libri, in un gioco di ribaltamento del prestigio comunemente in uso.

Ma chi è il “lettore forte”?

Occorre tracciarne un profilo generale. Ebbene, è colui che sceglie e non subisce i gradi di una classifica di gradimento del libro, seppur la più accreditata; colui nel cui sguardo un libro rimosso dall’interesse generale resuscita dall’immobilità dell’indifferenziato; colui che adduce all’oggetto-libro svariati cerimoniali, spingendosi a venerarne l’irripetibilità del messaggio che porta nella propria vita, ringraziandolo per averlo condotto a saper scegliere.

Ma non finisce qui!

Il “lettore forte” di turno è accompagnato da un ospite prestigioso, affine alla tematica, che nel corso dell’incontro va emergendo gradualmente, restituita poi dallo psicologo Alessio Grana nell’inequivocabile valore dei segni che essa muove.
È dunque come un lavorare ‘alla moviola’, come ciò che avviene quando si discute dei singoli fotogrammi che compongono una pellicola cinematografica. Tra tagli, e spostamenti, e nuovi inserimenti per ricostruire sotto l’azione di un tempo che rallenta, sotto il peso e la leggerezza delle parole, i frammenti di un discorso amoroso con i libri.

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